Devo fare una piccola premessa: non so quando uscirà/sarà pronto questo articolo, ma so di per certo quando ho iniziato a scriverlo: sono esattamente le 12.07 di lunedì 26 ottobre 2026 e ieri (cioè questa notte) sono arrivati i risultati delle elezioni in Brasile: ha vinto Lula e per noi è una scusa importante per parlare dell’argomento di oggi.
L’oro non sempre luccica
Che non è un proverbio, ma ci aiuta a capire un concetto semplice semplice: quello che vediamo (e quanto lo vediamo) sui social. non è necessariamente indicativo di ciò che realmente sarà. E non mi riferisco solo a quella serie – piuttosto studiata – di piccoli gruppi molto rumorosi, che sui social sembrano farciti di attivisti e poi in realtà sono poco più di un’assemblea di condominio.
No, parlo del fatto che le campagne elettorali (ma in generale tutto ciò che può risultare divisivo) non si giocano solo – e neanche prevalentemente – nella parte visibile della contesta, ma da sempre si sviluppano in tutta una serie di “stanze” non visibili e/o segrete, dove ci si sostiene a vicenda e si allontanano coloro che non sono parte della squadra.
Certo, postare e far conoscere le nostre idee per arrivare a un pubblico che di noi non sa nulla può essere importante, ma non è certamente l’unica mossa possibile e, forse, neanche la più importante.
Se vogliamo, il nostro compito qui è capire in tempo il trend per sfruttarlo a nostro vantaggio.
Ti ricordo, infatti, che il prossimo anno ci sono le elezioni politiche, ma anche che non è mai troppo tardi per cominciare a lavorare alla tua immagine in vista delle prossime regionali*
Detto, cio, andiamo con ordine.
Quanto costa a un elettore esporsi sui social?
La madre di tutte le domande, che serve a capire il discorso e a trovare strade alternative per comunicare è questa qui: quanto costa a un elettore – o a una persona in genere – esporsi e dire la sua a tutti quanti?
Che l’esperienza social sia sempre più una questione intima e nascosta sotto la superficie è cosa nota da tempo, ma il perché forse è da approfondire.
Prima di tutto, esporsi significa farlo sapere agli altri: in alcuni casi può anche giovarci ma, in altri, la paura ad esempio di subire ripercussioni o di “perdere amici” è così forte da farci stare in silenzio. Non solo, dipende anche tanto dal tipo di idea o posizione che abbiamo: in base a quello, esporsi può essere più o meno conveniente.
Quante volte, ad esempio, il “like” di un giornalista che voleva tenersi aggiornato è stato scambiato per apprezzamento nei confronti di questo o di quel politico?
La ricerca di un qualche vantaggio è quasi sempre calcolata sul breve termine (quando non direttamente nell’immediato) e qui sta una delle grandi differenze tra chi si espone in autonomia e chi, invece, si affida a un consulente in grado di valutare l’impatto di quell’azione nel medio periodo.
Infine, poi, anche se una persona decidesse di esporsi in maniera pubblica potrebbe semplicemente abbracciare in pubblico l’idea più conveniente, salvo poi cambiare idea o ricredersi al momento di esercitare il diritto di voto e noi non ce ne accorgeremmo mai.
E in questo senso quanta tenerezza mi fanno quelli che calcolano le loro aspettative elettorali sulla base dei like ai loro account social o al loro post al mare.
La partita si gioca da un’altra parte
Non è lì, insomma, che si gioca la partita.
E se è vero che nella cabina elettorale Stalin non ti vede ma Dio sì, è altrettanto vero che un gruppo W.A. dove essere “tra di noi”, magari con la richiesta, per starci, di esporti in qualche maniera, è un incentivo abbastanza forte.
La mossa della campagna di Lula ha funzionato e lo ha fatto per due grandi ordini di ragioni, da prendere e portare a casa per il nostro futuro:
- Il contesto: nello stesso periodo, META è stata accusata di ridurre la diffusione dei contenuti della campagna di Lula a favore di quelli del suo avversario: avere un canale “diretto”, seppure sempre della stessa azienda, ha mitigato questo effetto;
- Un canale whatsapp che contava oltre 7 milioni di iscritti è stato il luogo perfetto tanto per creare spirito e diffondere temi polarizzanti quanto – e soprattutto – per spingere alla mobilitazione le persone.
Certo, ci sono anche punti oscuri, come l’impossibilità di monitorarne la spesa e/o i contenuti, che potrebbe giovare a qualcuno, ma a cui in Brasile hanno messo un limite in pochi giorni.
Cosa possiamo fare noi?
OK, ma in una regione di 125.000 abitanti – o in un paese di 58 milioni – è impensabile avere un canale whatsapp di 7 milioni di iscritti, sostenitori, da mobilitare.
Però questa elezione (e del resto non è la prima) ci dice molto sulla strada da seguire: va bene fare il post, andavano bene 6-7 anni fa le dirette dei comizi, e andranno bene le brutte locandine di GPT ma, se già non basta la comunicazione da sola a farti vincere, di certo è un inizio capire dove andare e come farlo.
Canali WhatsApp, newsletter e luoghi ad accesso limitato sono il presente e il futuro: non è il post sbrodolone scritto dall’intelligenza artificiale (sì, ti sto vedendo); è qualcosa di molto più strutturato e complesso.
La domanda: sicuro di farcela da solo?
*in Valle d’Aosta, se non succede nulla, saranno nel 2030



